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24 Luglio 2025

Giustizia climatica: svolta storica nel caso Greenpeace – ENI

Il 21 luglio 2025 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno sancito una svolta epocale: la causa promossa da Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadini contro ENI, CDP e MEF per danni climatici può proseguire dinanzi al Tribunale di Roma, confermando che la giurisdizione italiana è competente anche per le emissioni delle consociate estere di un colosso energetico, purché le decisioni strategiche e gli effetti negativi si manifestino nel nostro Paese.

 

Il caso  

In questa ordinanza di 24 pagine, la Cassazione ha ribadito che la richiesta di giustizia climatica non rappresenta un’irruzione del potere giudiziario in ambiti riservati al legislatore, ma esercita invece un controllo indispensabile per proteggere i diritti umani fondamentali (artt. 2 e 8 CEDU) minacciati dall’impatto ambientale delle attività inquinanti. Il pronunciamento integra l’Italia nella scia di paesi come i Paesi Bassi, dove nel 2021 il caso Milieudefensie vs Shell ha imposto un obbligo concreto di riduzione delle emissioni, ponendo un precedente per il contenzioso climatico privato. Per le aziende, anche non fossili, si tratta di un avvertimento chiaro: la dimensione ESG non è più un optional ma un criterio vincolante di compliance diretta e indiretta, poiché strategie inadeguate, mancanze nel reporting e greenwashing possono tradursi in rischi legali reali, sanzioni finanziarie, misure correttive e danni reputazionali. Nel nuovo contesto normativo, la due diligence ambientale sarà cruciale per misurare emissioni Scope 1–3, integrare processi decisionali orientati alla decarbonizzazione e garantire trasparenza e verificabilità delle pratiche ESG.

 

 Conclusione 

In un mercato in costante evoluzione, caratterizzato da normative ESG sempre più stringenti, le imprese capaci di dimostrare una governance sostenibile, allineata agli Accordi di Parigi e supportata da dati indipendenti, avranno un vantaggio competitivo sia nell’accesso ai capitali sia nella tutela del proprio brand. Al contrario, le aziende che non sapranno adeguarsi rischiano di risultare non conformi alle future richieste di compliance imposte dalle multinazionali e dai principali istituti finanziari.

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